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domenica, 29 luglio 2007
Storia sciocca e pop

Ledikilla va dal diavolo e gli dice: - Salve, Lei è il Diavolo, vero?

- Sì sono io, cosa vuoi?

- Un altro corpo.

- Per questo bastano i chirurghi plastici.

- Voglio che Lei prenda la mia anima e la trasferisca in un altro corpo, di donna, e che sia bello, molto bello.

- Ma come? non hai mai sentito dire che il Diavolo si paga proprio con l'anima? tu pretendi di ottenere un corpo nuovo e di mantenere la tua anima? con cosa intenderesti ripagarmi?

- Le venderò l'anima di qualcun'altro.

- Si può vendere soltanto la propria di anima...

- Non occorre che mi spieghi oltre, lo so già, lo dicono tutti. Indurrò qualcuno a volerle vendere la propria anima, questo intendevo.

- Bene.

- Dunque? mi darà quello che voglio?

- Certo, ma non prima di aver avuto l'anima che mi spetta: pagamento anticipato, dovresti sapere anche questo.

- E' giusto.. è pur sempre il Diavolo...


Ledikilla torna a casa, va dalla madre, soprannominata Monetina, e le dice:

- Hai già finito le monetine anche oggi?

La madre grugnisce con sguardo offeso e affamato.

Ledikilla lancia sul divano color nicotina una busta di nylon con dentro monete per un giorno o due di video pocker, dopo mezz'ora Monetina non ha più nulla in mano, tutto nella norma.

Ledikilla getta una busta di nylon al giorno sul divano color nicotina, ma ogni volta la busta è più ricca. Monetina spende tutto e non fa domande. Fino a questo giorno, il giorno in cui dice:

- Dove prendi tutti questi soldi?

Ledikilla risponde: - Me li ha dati il Diavolo.

- Sìì... come no... certo... ma se sei tu il Diavolo qui!

- Ne sei certa?

- Certo che ne sono certa!

- Allora ti darò tutti i soldi che vorrai, ogni giorno te li farò trovare sul divano, senza bisogno che tu me li chieda, senza bisogno che ci parliamo o che ci guardiamo negli occhi.

- E perché dovresti farlo?

- Perché ne avrò qualcosa in cambio.

- Io non ho niente! Cosa diavolo vuoi?

- Una firma.

Monetina ride a crepapelle, sottoscrive uno stupido foglio in cui la figlia ha scritto qualche assurdità sulla cessione dell'anima al diavolo e riprende a contare le sue monetine.


Ledikilla torna dal diavolo con il foglio firmato, è baldanzosa, sorride con lo sguardo.

- Quel foglio non serve a nulla, ingenua ignorante...

- Ma se non l'ha neppure letto!

- Sembra che tu dimentichi con chi stai parlando. Mi stai simpatica, perciò vedi di svegliarti. E ora vattene.


Ledikilla se ne va. A casa si arrovella, si chiede cosa ha sbagliato. Nessuna illuminazione.

Passano tre giorni, Ledikilla continua a lasciare sacchetti di nylon sul divano ma i soldi cominciano a scarseggiare. Monetina ancora non reclama, saluta la figlia deridendola: - Ciao demonio.


Ledikilla prende la porta ed esce, mentre attraversa la soglia ha già sentito il saluto e ha già capito, finalmente. Non esulta. Era tutto così ovvio che la situazione non meritava neppure un blando festeggiamento: Monetina non credeva veramente che la figlia fosse il diavolo, pertanto il giochetto della firma non poteva avere alcun valore. Ma di certo credeva nell'anima. Perché si sa: tutti ne hanno una. Sta dentro il corpo e poi esce, quando muori, e non si sa bene dove va. Serve per piangere e per voler bene.

Ledikilla smette di lasciare i soldi sul divano ed è come prendere un appuntamento. Infatti la madre arriva, puntuale come una riscossione.

- Ciao.

- Dove sono i soldi?

- La firma che hai fatto non è valida.

- E perché mai?! Una firma è una firma, l'ho fatta io, davanti ai tuoi occhi. Ah, guarda... non mi interessa cosa ti stai inventando. Dammi i soldi che mi spettano.

- Avrai i soldi se verrai con me in un posto.

- Dove?

- Dal Diavolo.

- Ancora con questa storia?!

- Tanto lo so che non hai niente da fare e senza soldi tu a zonzo non ci vai, ti conosco. Andiamo.


Monetina spegne la sigaretta, si mette il giubbotto e ne accende un'altra. Escono.

- Mamma? Tu credi nell'anima?

- Certo, che domande! Si sa: sta dentro il corpo e poi esce, quando muori, e non si sa bene dove va. Serve per piangere e per voler bene.

- Ma tu non sei stanca di piangere?

- Sono stanca sì, sono stanca... che domande senza senso... A chi piace soffrire?


Ledikilla lascia che qualche minuto trascorra in silenzio, intanto camminano verso destinazione.

Monetina butta la sigaretta, si aggiusta la sciarpa e ne accende un'altra.

- Fumi troppo.

- E a te che te ne frega?!

- Fumare fa male alla salute.

- Tanto si muore comunque.

- Potresti fumare un po' di meno.

- Preoccupati per te. Lasciami stare.

Monetina fa per cambiare strada ma Ledikilla la afferra per il braccio e la riporta sulla retta via. - Vieni.

- Ho finito le sigarette.

- Ecco. Appunto.

- Mi presti tre euro e trenta?

- Per cosa? Per le sigarette? Non li ho. Non dovevi giocarteli. Adesso stai senza.- e aggiunge:- Non si muore senza fumare.

- Ah, non si muore no. E se i soldi non me li vuoi dare... tienteli!- indugia per qualche secondo e poi a mani vuote riprende: - Mi fanno schifo! Tu e i tuoi soldi! Tanto io una sigaretta la trovo.

Monetina corre via, attraversa la strada e imbocca la prima traversa a destra. Ledikilla la segue, la raggiunge. - Beh.. hai indovinato la strada. Siamo quasi arrivate.

Monetina guarda la figlia e non si muove.

- Dai su! Vieni. Dai!

Ledikilla esorta la madre come un padroncino fa con il proprio cane: entrano finalmente a casa del diavolo.


- Mamma, ti presento il Diavolo.

Monetina non dice una parola.

- Dunque? - esordisce a braccia incrociate il diavolo.

Ledikilla: - A Monetina non serve più la sua anima.

- Cosa?! - sbotta Monetina

- Mamma... cos'hai detto prima? Eh..? - la ammonisce - Hai detto... che l'anima serve per piangere e per voler bene.

- Sì è vero, serve per quelle cose. Ma cosa c'entra?

- C'entra. C'entra.

Ledikilla fa qualche passo indietro e si sposta un po' lateralmente: ora è di fronte ad entrambi, la sua platea. Alza il mento e si atteggia come avesse una bacchetta e un grafico da indicare con essa: - Monetina ha finito i soldi. Mon... -

- Sì ho finito anche le sigarette. - interrompe subito la donna, e più sottovoce, ammiccando, domanda: - Non è che Lei ne avrebbe una, per caso?

Il diavolo scoppia a ridere ma Ledikilla alzando la voce riprende: - Monetina ha finito i soldi e non vuole più piangere. Inoltre Monetina sostiene che a far del bene ci si prende solo dei gran calci nel culo, non è vero mamma?

- è vero, è vero! Vai a far del bene... -

- Allora, domando, non è forse meglio non aver nulla a che spartire con nessuno?

- Ah... guarda... avessi i soldi per andarmene..non mi vedi più! Non mi vedete più! Tu e tuo padre. Che non vedete l'ora... Ma non ve lo faccio io questo favore... di vedermi sotto un ponte! No, non ve lo faccio! Io sto qui!

- Ma quale favore! E come ragioni?! Io non voglio mica vederti sotto un ponte! Anzi, vincessi alla lotteria ti comprerei un castello e ti ci metterei dentro: te, la servitù, tutto quel che ti serve e i soldi rimasti! Se ne sono rimasti.

- Sì, sì... ma a te che te ne frega poi?! mi hai sempre odiata! Fin da quando sei nata! Io ti ho giusto partorita, non è così? Che poi non lo so io da che pianeta sei venuta!

- Ah beh...

- E poi se tu neanche ci giochi alla lotteria! “La Santa”...

- Meglio spendere tutto nelle macchinette, vero?!

- Ma se non gioco più... Pensi sempre male.


Quando si è stronzi bisogna esserlo a trecentosessanta gradi altrimenti si è villani, che è molto peggio. Monetina, con quella sua maturità variabile tra i settantadue e gli ottantaquattro mesi di vita e la sua stantia predisposizione alla bugia fisiologica, era decisamente una bastarda villana. Qualcosa da lei Ledikilla doveva averlo pur ereditato, ma di fronte al migliore dei testimoni in quella moderna location tartarica Ledikilla perde la vocazione alla persuasione: posa la bacchetta e fa per andarsene.

- E tu mi hai disturbato per questa scenetta?! - Tuona il diavolo.

Ledikilla non si volta nemmeno, fa cenno di sì con la testa e si allontana.


Cammina in automatico, scende una rampa di scale e bussa alla porta del suo appuntamento. Sa che dovrà aspettare diversi minuti prima che Mailov arrivi ad aprirle: alza il braccio destro e lo appoggia alla parete, rivolge il capo a terra per ascoltare più attentamente ciò che accade all'interno dell'edificio e intanto dirige il peso del corpo da una gamba all'altra.

Mailov accoglie Ledikilla con il sorriso di chi vede qualcosa di caldo e familiare, la afferra mettendole il braccio dietro la schiena e la trascina a sé. Lei infantilmente si oppone con i palmi delle mani poggiati sul petto di lui, lo guarda in viso e poi butta gli occhi oltre la sua spalla alzandosi sulle punte: - Hai sistemato bene qui... - e i due intavolano una conversazione inutile in modo che presto Ledikilla si riavvicini a Mailov aderendo al suo corpo come una gatta gigante e analfabeta. Il sesso tra Ledikilla e Mailov era amore allo stato puro e già contaminato da una malattia innominata, non avevano voluto seppellirlo per sempre né rinchiuderlo chissà dove: lo vivevano come una bestia strana che faceva la spola fra lui e lei, adirata, la bestia, perché non aveva altri spazi che quel corridoio invisibile e stava quasi come il pesce martello nell'acquario lungo due volte il suo corpo: allora si sedeva in un angolo della striscia, accavallava le gambe pelose e guardava un film muto in doppia velocità.


Ledikilla si riveste e va a casa, sul divano non c'è nessuno: solo in quel momento ricorda di aver lasciato la madre in compagnia del diavolo. Torna indietro, preoccupata non sa bene di cosa: se della sorte di Monetina o della propria transazione faustiana e della ricompensa che forse non avrebbe mai ottenuto.

- Eccoti... - rieccheggia nell'atrio una voce che sembra provenire da un altoparlante. Ledikilla percorre l'atrio avvicinandosi alle due figure: il suo ruolo, volente o nolente, è quello di un genitore pakistano che abbia lasciato la giovane figlia promessa in sposa nel talamo di un buon partito e torni a cose fatte sul luogo della ragione sociale. Solo che il pakistano sarebbe stato soddisfatto, Ledikilla non lo è: il divano in lattice rosso di fronte a lei ospita Monetina seduta a gambe incrociate e schiena ben ritta mentre si guarda le unghie pittate d'azzurro, in pandan con gli occhi. A poca distanza dalla madre un corpo di giovane donna arrotolato su se stesso come un tappeto giace sul pavimento e non accenna a muoversi, Ledikilla intuisce qualcosa e s'attarda sulla madre: lentamente muove la mano su e giù di fronte al volto di Monetina, la reazione non è immediata ma dopo qualche secondo la donna alza il capo di scatto e ostenta un sorriso di agnizione tanto largo quanto insensato e spaventoso.

Ledikilla si volta verso il corpo della ragazza a terra, non ne scorge il volto ma mentre la afferra per la spalla e la gira verso di sé sa già tutto, quella è lei. Nessuno sgomento palesato, nessuna domanda affannata, Ledikilla si siede a fianco del suo corpo nell'intenzione di contemplarsi come mai aveva potuto fare. Ne accarezza i capelli e come una polverina vi sbriciola sopra a denti semichiusi una ninnananna incomprensibile: il suo addio.

Il diavolo assiste un po' annoiato con la coda dell'occhio mentre sbriga alcune faccende da scrivania: - In effetti mi ci voleva una segretaria efficiente e con poca iniziativa personale in mezzo a tutta questa burocrazia infernale...


Ledikilla realizza che se volesse non potrebbe tornare indietro, per un attimo tutto vacilla, si guarda attorno ansimante, scoppia a piangere tra spasmi improvvisi, non sa più chi è. Si scaraventa sulla madre, la tira su dal divano e dondola in un lento con lei stringendola come il pupazzo più prezioso al mondo. Il diavolo sempre più annoiato si presta sarcastico e provvede alla colonna sonora canticchiando con la voce di Chet Baker: appena la canzone finisce Ledikilla sembra di nuovo in sé, allenta la morsa e Monetina cade a terra.


Ledikilla corre verso uno specchio: un corpo nuovo dev'esserle già stato dato.

Il diavolo è stato di parola, al contrario di lei che non ha saputo scroccare quell'anima da quattro soldi della sua mamma. Il diavolo è stato di parola, anzi, fin troppo generoso, Ledikilla ci pensa solo un attimo e decide che è meglio andarsene su quelle gambe nuove e lunghe senza fare domande. Saluta tentando di ammansire negli occhi la consapevolezza del suo debito, raccatta Monetina e se ne va.


Ledikilla cammina veloce, sostiene sottobraccio la madre indirizzandone i passi svampiti. Una volta a casa la sistema nel letto: - Ti senti meglio adesso? Un peso in meno. Non piangerai mai più. Monetina non risponde, mostra i denti di certo tentando un flebile sorriso e si addormenta.


Davanti allo specchio per la seconda volta, e finalmente in intimità, le nuove labbra di Ledikilla si presentano:

- Piacere, Alma.

- Piacere, Ledikilla. Vedi di far bene il tuo ruolo, Isobel.

- Ehm... Alma, ho detto che mi chiamo Alma.

- Ho capito Isobel, certo, non ti preoccupare, sii spontanea, segui i miei consigli, qui comando io.

Alma non risponde.

- Isobel, tesoro, fatti un po' vedere: occhioni blu, capelli mossi castani, espressione interrogativa da faina, mm... bel fisico, ma non mi dici granché. Considerando che in fatto di donne Mailov ha spesso gusti diversi dai miei, beh... può funzionare, sì, deve funzionare. Mi amerà come un tempo, grazie a questo nuovo corpo lo farò reinnamorare di me. Lui non sa dimenticare, da solo non sa dimenticare che la nostra storia era diventata un corridoio stretto senza sbocchi. Il suo cuore presto sarà di nuovo mio, senza che lui lo sappia, non subito almeno. E quando sarà pronto capirà che può volere solo me, Ledikilla, anche se in un altro corpo.

Isobel, sai, è questo il suo nome preferito.


Dove predisporre l'incontro casuale fra Isobel e Mailov? Ledikilla non sa come fare, ma ha fretta. Allora va, e lo seduce. Lascia ponderate tracce di sé come sassolini che compongano il suo nome ma piano piano; lui non la contraddice mai, la lascia fare, perché così gli piace. Ad ogni incontro prende un dito in più di quanto Isobel gli porge e presto, prestissimo, è tutta sua. Ledikilla è una voragine felice, un dinosauro entusiasta prima dell'albero della conoscenza, tutto è perfetto, perché Mailov la ama. Isobel e Mailov dormono dopo ogni volta che fanno l'amore e intanto Ledikilla sogna quando si sveglieranno e lo faranno ancora.

La vita resta perfetta per un altro paio di settimane, poi Mailov le accarezza i capelli e Ledikilla si specchia negli occhi di lui: quella pupilla sbrilluccicante che spunta dal cuscino è tutta per Isobel, o Alma, come diavolo la si vuole chiamare e Mailov sembra non aver capito un accidente: Ledikilla per lui non esiste e allora furiosa prende il governo. Si alza di scatto, ribalta tutto quel che le capita a tiro, si rifionda sul letto, come una fiera aliena ad un millimetro dalla faccia sgomenta di Mailov: - Sono io! Non mi senti?! Maledetto!

- Isobel, calmati. Vieni qui, dai.

- Isobel?! Ma quale Isobel! Maledetto! Idiota!

Ledikilla si svela, urla il suo vero nome tanto forte da sperare che tutto attorno crolli, ma niente. Persevera in un'ira furibonda rinfacciando a Mailov l'imperdonabile cecità di cui è stato capace e quella crudele inettitudine o disamore che sia. Mentre con l'enfasi di un direttore d'orchestra dalle dodici braccia lei illustra nei minimi dettagli il piano originario, Mailov, anche se frastornato, non fatica a credere alla folle storia: quei sassolini che aveva scansato col piede non si trovavano per caso sul suo cammino ed ora, soltanto ora, l'immaginaria firma di Ledikilla gli riluce nella mente più palese di un'insegna luminosa. Poi tutto si spegne: Mailov è la rivolta intestina presto scagliata contro il comune nemico di levante, ovvero Ledikilla. La prende a schiaffi, la colpisce con i pugni urlando parole urgenti e buie.

Furia marina e possente, Mailov sembra durare molto più delle superpile alcaline ma si ferma prima che sia un massacro, come richiamato da un sibilo magico. L'ira si sgonfia col vezzo del palloncino ed abbandona il suo ennesimo uomo stremato. Ora tutto è dolore anestetico, respiro e moviola.

Mailov con impacciata premura sistema il corpo ammaccato di Ledikilla, lo mette supino e supino gli si sdraia accanto a terra. Non tamponano le ferite di lei, non si parlano, non si muovono. Spillàti al pavimento come insetti dagli occhioni grandi e potenti sanno non voltarsi mai l'uno verso l'altra: guardano le stelle, quelle di vernice.


postato da: SylaZabor alle ore 10:08 | Link | commenti (5)
categoria:
lunedì, 04 giugno 2007
Un orrore

La ragazza quasi trentenne bella e seria, posata come anche castana era molto appetibile, anche per i più giovani, forse soprattutto, e anche per le femmine indecise. Svitò il tappo della bottiglietta da mezzo litro di acqua naturale e si tese nella posa del bere. La voce larga come di montagna e re mi disse di continuare a guardarla e così feci.
La posa quella trasfigurava in un sospetto orizzontale, una macchia sprezzante di colore violaceo finchè bastamente un orrore un orrore: la ragazza non smetteva più e tutto l'altro restava immobile e sospeso. Se non la sua trachea, che si ergeva a sintomo di mostro lacustre, movimentosa come una marionetta insetto una macchina pazza del filo, definitivamente rispondeva alle promesse di un diavolo inesistente.
La ragazza era ancora bella e non smetteva più.
Dovetti distogliere lo sguardo e non ritornarvi mai.

postato da: SylaZabor alle ore 23:29 | Link | commenti (6)
categoria:storia tavolaccia in cucciolata
martedì, 20 febbraio 2007
Strega buona degli Appalachi
fa che io ami corvi e bianchissime le tormente,
fa che io ti maledica
per platonico esercizio e di ombre irochesi.

Strega buona degli Appalachi
fa che bruci ogni falena
fa che bruci ogni gemello,
e io resti sola col tuo santo maiale.

Strega buona degli Appalachi
fa che nulla mi appartenga
fa che le morti siano indolori,
fa che non sappia la poesia

e tutto il resto mi sia un idiota.


Via nascondi tutto il senso che c'è,
non lasciarmene un pezzetto,
non lasciarmene un solo pezzetto,

via nascondi tutto il senso che c'è,
ingoialo, dittelo, inciampatelo dentro,
incastratelo tra i piedi, e che tutto sia ben fatto.

Lasciami una neve fredda che non m'è mai piaciuta
lasciami una bacca velenosa che mi rammenti che è velenosa
lasciami le molte ossa,
a redigere sbilenche
culle e tane.
postato da: SylaZabor alle ore 22:40 | Link | commenti (8)
categoria:violavisse
martedì, 20 febbraio 2007
mi fanno male gli occhi, il mio letto è una palude picchettata da vogliàmi di vocaboli e grammofoni in affitto. Ciclica ruoto la testa quel poco che basta per somigliare ad un ventilatore programmato, inchiodata come una lady stupida in manette, e altrettanta palude è il gineceo inaccessibile tutt'attorno al letto. I soliti insetti mandano avanti i loro figli, a farsi burla di questa mezzobusto: smorfio il volto e divarico la bocca confidando in tecniche di spavento, che funzionino come allo specchio, quando non lo faccio apposta e in questo vuoto che è orale vedo un gorgo più tetro di quanto ricordassi.
postato da: SylaZabor alle ore 22:39 | Link | commenti (2)
categoria:vitezslav
martedì, 20 febbraio 2007

Caro Amorechenonseitu,

                       da quando sei partito per la Francia ho lasciato le tue medicine nel frigo. La casa senza di te è più spaziosa ma in fin dei conti mi fa compagnia il cane nero, che ho scoperto essere il mio genio ortopedico e senza equivoci.

Il cestino è ancora benedetto dall'ultima volta e ti scrivo la mia altra coscia, quella un po' monda, mentre annuso una saponetta nuova ancora incartata. Fuori è già buio e non avrei nulla da dirti se tu fossi qui ma siccome mi fai scherzi idioti comparendo a sorpresa nel bagno e finisce sempre che ti scambio per un pazzo psicopatico, scusami, ho dovuto farlo.. ti ho lasciato al supermercato. A quelli che al fondo delle casse raccolgono viveri per il Perù, mimetizzato tra una scatola di piselli ed una scatola di piselli. D'altra parte hai sempre saputo che non ho molto spirito..

Dice la bambina:tutto il senso che c'è sta nella marmellata. Io la ascolto e preparo le stoviglie, ma poi mi viene sonno perchè tu non torni e mi dico che ho già dormito abbastanza, e allora scrivo qualche stupidaggine come quella della ragazza che diventa uccello. Era entrata in un discount per cosmetici che da quando l'avevano aperto non c'era mai stata, era andata negli altri due della città: stessa ditta, diversa sede, diverse commesse. Questa volta un rossetto se lo sarebbe comprato, consapevole dell'ardua scelta per la nounce che tanto l'aveva fatta indugiare nei precedenti. Entra e una delle due commesse è la strega di biancaneve, versione 2.0 modello innocence of ice. La conosce, è una strega finta, di quelle che non può guardare negli occhi perchè è stata proprio lei a farla diventare "sdrega", come dicono le nonne del centro-sud. Ricorda benissimo cosa le ha fatto più di dieci anni prima, potrebbe fare un giro di figura tra le file e presto uscire con lo sguardo basso, potrebbe finalmente andare dalla strega e dirle - guarda mi dispiace non ho pensato ho sbagliato - oppure starsene lì ad evitare il suo sguardo finchè non trovasse un colore plausibile impiastricciandosi tutta la mano sinistra con i tester. Se hai bisogno di qualcosa chiedi pure – dice l'altra commessa molto gentilmente – e la ragazza ringrazia come se a questa le avesse ucciso la sorella, pensa che presto la strega spergerà l'onta sul suo viso confidandosi con la collega e non contempla minimamente che la strega di biancaneve sia una donna riservata o che non gliene possa più fregare di meno. Finalmente esce, le hanno anche dato un astuccio in omaggio e non è neppure brutto, lo potrà sostituire a quello in oscena plastica trasparente che le ha donato con tanto affetto il bibliotecario elfo che crede nelle buone vecchie rime per i buoni vecchi sentimenti. Va nel bagno della biblioteca civica, così può provarsi il rossetto davanti allo specchio, non c'è quasi luce, non importa. Entra in sala lettura con il giornale di poesia, lo sfoglia pensando che non ha trovato un titolo per il suo racconto, l'unico più lungo di tre cartelle che abbia mai iniziato e anche finito. Non ha troppa attenzione per il giornale che da tempo la delude ma incappa nei versi di Elisa Biagini e sì: è un sì. Si segna il nome e pensa che la poesia per lei è quella che le fa venire voglia di scriverla. Torna a casa e si mette al computer, non scrive quasi più sulla carta. Si specchia per guardarsi le labbra colorate sotto una diversa luce, ma la luce va e viene, quella naturale, e non c'è un temporale, forse è colpa del rossetto: la sdrega potrebbe averle fatto un maleficio. C'è da dire che biancaneve è morta da un pezzo, per fortuna, ma la strega è stata ingaggiata per nuovi ruoli sempre più o meno uguali. E insomma la ragazza diventa un uccello e non può più cantare, dà un titolo brutto e scontato al suo racconto, lo registra all'anagrafe affibiandogli in automatico un futuro fallimentare e si fa scattare una foto nel giardino che affianca l'ufficio a ricordo di quel suo mortifero debutto in siae.



© Jan Dunning


glossolalia glossolalia

ho pesato la mia bocca:

al kilo senza sangue

faceva tanto di più,

l'ho portata dal santone

ma non sembra più lei,

l'ho portata dal dottore

ma la voleva tagliare,

glossolalia glossolalia

non sono sicura

ma rendemi mia.

postato da: SylaZabor alle ore 22:37 | Link | commenti (1)
categoria:lettere da lĂ  e scomposta
martedì, 20 febbraio 2007

[...] a volte vedo più vermi che parole, altre volte esse hanno una ragione come d'harem o di acquario. Non lo so se è tanto bello ma se mi trasformo in uccello, non posso più cantare. Vedrai.


postato da: SylaZabor alle ore 22:35 | Link | commenti
categoria:lettere da lĂ  e scomposta
martedì, 20 febbraio 2007

© Francesca Woodman

Planò attraverso la finestra come un'astronave di nome Pettirosso morto e disse: "Nella prossima vita sarai una fabbrica di dolciumi, avrai fianchi prosperosi alla Gradisca, facondi meccanismi ed imbuti giganti. Sarai felice."

La ragazza dal disgraziato nome di "Roulette", partorita sul tavolo da gioco e rimasta orfana dal  secondo giorno di vita, rifiutò il suo destino e perse tutto: diventò un angelo verdognolo con un numero retrattile di protuberanze ed una quantità sconfinata di lingue.

Si erano scambiate per lo più parole con la ci e con la elle.
postato da: SylaZabor alle ore 22:33 | Link | commenti (2)
categoria:vitezslav
martedì, 20 febbraio 2007
Oggi sono brutta come una vecchia che ha aspettato tutta la vita truccata troppo.
Raccolgo le monetine di cioccolata al titanio seguendo un percorso da gallina che becca per l'aia, poi alzo la gobba finta ed il mondo, per il tempo di cinque righe, è carta che fa per stirarsi senza audio dopo averla tenuta in pugno. Lo stupore a vedere chi passa per la strada tradisce una speranza a cui non si addicono nè ira nè gioia, come se qualcuno di importante potesse arrivare, e allora frettolosamente si nascondano tutti i festoni di benvenuto con gli scheletri e i tubini rosa nell'armadio.
Oggi sono al termine della giostra come una bambina che ha sbranato tutte le guance di chi la amava per impiantarvi il senso dell'amore ed il senso del piacere: il primo con un simil mercurio in capillare che lei potesse adocchiare ogni volta che ne sentisse il bisogno, il secondo con un rubinetto che solo lei poteva aprire e dal quale uscivano liquami e linfe sempre nuovi e sempre uguali. A volte posava il bicchire sotto finchè non traboccava, allora si placava, per qualche attimo. Il tempo di capire che quell'arcobaleno all'angolo del soffitto non era un arcobaleno ma solo il riflesso della luce da un cd vergine alla parete.
postato da: SylaZabor alle ore 22:29 | Link | commenti
categoria:lettere da lĂ  e scomposta
martedì, 20 febbraio 2007
Andreina Calar, eroina post avanguardistica post praticamente tutto ma prima di aver finito di scrivere, mi ha sorriso. Andreina Calar è molto più avanti di me, che son rimasta all'idolatria spiccia degli antieroi, che son rimasta che non sorrido alla gente ché se no chissà che cazzo pensa. Andreina Calar io l'ho vista e lo sapevo che lei era lei, allora le ho sorriso. E la ricompensa a questa libertà presa così, come una biscia tolta di mezzo senza incertezze o la testa tagliata al toro per modo di dire, ha colmato tutto dai denti agli occhi e non è poco.

Spesso capita che le mie illuminazioni si fondino sull'ignoranza. Ti scrivo così come siamo, belle quando si torna a casa e sconosciute sempre. Quando mi hai vista, stavo andando, e non tornando; portavo la cuffia brutta per non gelarmi le orecchie e tenerci dentro gli auricolari emmepitre che mi scappano sempre. Le scarpe eran quelle poco più grandi dei piedi ma di nascosto, ero quasi arrivata. Ti ho poi pensata tutto il giorno mentre studiavo le riforme scolastiche e la fascistizzazione, infine ti ho tolto l'ombrello e ti ho cambiato costume. Adesso sei mia senza saperlo. Adesso muori anche tu, ma al contrario: quando ti si batton le mani. Perdonami.
postato da: SylaZabor alle ore 22:22 | Link | commenti
categoria:andreina calar
martedì, 20 febbraio 2007
Domani ho ricevuto un regalo, il fausto coniglio per ventiquattr'ore sotto il controllo degli dèi egizi s'è fatto corriere alla volta del mio quarto di secolo ed eccolo qui, il pacchetto a base rettangolare e ben solido, più lungo che largo ed alto qualche centimetro soltanto.


© Francesca Woodman

La carta è rosa scuro con qualche riga di nero che la percorre, c'è un fiocco d'acciaio sottile con il quale sfrondarsi le impronte e dissimulare l'amore segreto per il fausto coniglio che viene ogni anno.
La carta, adesso che la muoio, è un appello di calvizie, flagello di pelli d'ortaggi, una meraviglia di spogliarello con effetto sonoro, molto migliore del cestino di Windows quando lo svuoti e lecita quanto un'eutanasia.
Domani ho ricevuto un baratro in dono e ho sorriso come non mai.
Non era un abisso, era una spiritata caramella di nuova foggia.
Una parola tanto bella non in tutti i mondi può significare la morte e per precipizio.

postato da: SylaZabor alle ore 22:20 | Link | commenti
categoria:il fausto coniglio