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mercoledì, 16 agosto 2006

Nulla mi sembrava per le mie orecchie, così sono rincasata. Ho perso i freni della bicicletta: si sono staccati come una mandibola che tutt'a un tratto intraprenda un suo viaggio spirituale. Nella discesa dei quarantasette secondi non ero per niente felice, al massimo avrei potuto interpretare una sembianza di polena ridotta a calamita da frigorifero. Dovrò tornare ad inventarmi quasi tutto, dovrò smetterla di nuovo di essere tanto accessibile. Amore mio, ti lascerò un biglietto.

postato da: SylaZabor alle ore 23:08 | Link | commenti (1)
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mercoledì, 09 agosto 2006

Quando si torna indietro il cielo è rosa e blu, il fiume inquinato riflette l'ultima luce del giorno in una lingua bellissima che noi tra i vent'anni e i trenta solo intuiamo. C'è la secca e la ghiaia in certi punti oltrepassa la metà del letto: è lì che voglio andare. Conficcarmi nel mezzo del fiume, sperimentarlo come un medicattolo poco più che alle prime armi e inventare segreti nella convinzione che assomiglino a quelli veri, a me sconosciuti. Al peggio mi accontenterò di una naiade cocainomane che mi racconti qualche favola squallida e mal costruita..

Nel frattempo però sono ancora sull'asfalto rosso, pedalo forte per sfruttare meglio la discesa prossima. La strada è come un braccio che mima le parole "accomodati", mi alzo sui pedali, corpo teso in avanti e, perfettamente felice per quarantasette secondi, faccio la polena.


L'odore di sterco ti dice che sei vicino a casa. Cerchi un punto di fuga oltre il cemento e sei presto nuovamente bipede sul balcone come per istinto. Si sente la puzza senza che se ne veda l'origine: ecco uno degli effetti collaterali dell'edilizia. Fino a cinque o sei anni fa al retro della casa faceva seguito il grano e poi, in lontananza, la cascina con gli animali, le mucche, quelle che non erano morte durante l'alluvione, altrimenti galleggianti nel mio cortile simili a gravi e surreali ninfee bianche nere. Poi nello spazio limitato tra me, o meglio il cortile, e il campo di grano hanno costruito un palazzo e puntare il dito contro la cascina della puzza è diventato impossibile. Tra coinquilini ci si guarda nostalgici e comprensivi come a citare "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori" o non ci si guarda nemmeno più, come l'odore non ci fosse. Diverso è con i forestieri dell'oltre ponte, quelli per salvare i quali ci siamo presi tutto il Po noi, chè non si poteva fare altrimenti.. Loro mica ce l'hanno la puzza di merda tutto intorno a casa e tu a giustificare non puoi nemmeno far quel gesto di stizza con braccio teso verso la cascina perchè loro vedrebbero solo un palazzo meno vecchio del tuo.


postato da: SylaZabor alle ore 01:14 | Link | commenti (1)
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lunedì, 07 agosto 2006

Come un castello di carte che regge al secondo tentativo le paroline sulla bicicletta e il randagio hanno già perso l'equilibro, l'amico che aspettavi è arrivato e ha involontariamente scosso il tavolino nel richiamare la tua attenzione. Poi ti dice: "ma come? non lo sai che non si inzia una frase con il 'come'? Però non ricordo dove l'ho letto..". A me non interessa, voglio solo parlare di alcuni sciocchi sogni che faccio sotto la doccia e riuscire a non farvi pensare che si tratti di pseudo letteratura erotica acchiappa curiosi.

Un'erezione non è cosa da poco ma a servirne in pantaloncini d'argento una ogni giorno e al primissimo lieve contatto si potrebbe perdere la concezione del sesso e sottovalutarne l'importanza. Ed ecco il sogno da hollywoodiano ad umano: la tua erezione, quotidiana come una preghiera e innescata senza malizia, sempre tua e mai di nessun altro, che riesce ad avere lo stesso valore di una parola d'amore, semplice semplice, tutta dignità e nessun orgoglio. E io che non sono una donna ma una maraviglia con la a.

postato da: SylaZabor alle ore 00:29 | Link | commenti
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sabato, 05 agosto 2006

Pedalare su una bicicletta quasi mia, arrugginita ma funzionante, percorrere il medesimo tratto variandolo come una poesiuncola a tema. Il primo sguardo è per il gatto randagio semiadottato dal palazzo più brutto del quartiere, manca da giorni. Ti sale subito in braccio senza eleganza, con la fame affannata che non ha tempo per le moine, gli artigli ti si inficcano sulle cosce senza che lui lo voglia, sono sempre lì, tesi fuori dalle zampine, poi te ne vai.

Il ponte. Un poco rumoroso patto di fiducia tra te e quello che immagini sarebbe la città sott'acqua e la tua vita stile snorkies che , tra parentesi, sembra non piacciano a nessuno tranne che a te. Da quando l'hanno riasfaltato con quel catrame rosso tappeto antico apparentemente morbido come un materasso o un qualche pavimento da giostra si può immaginare di finire chissà in quale bocca sdentucchiata di orco, poi arrivi di là. I lampioni tondissimi sfregolano tutti prima di accendersi, tu sai che non è vero, sai che sono solo lampioni e che non sfregolano, così come non è vero che ho fatto mai un discorso più lungo di me. Tutti credono che i polmoni non siano il mio forte ma sono le parole a non esserlo: quando ne infilo un po' una dietro l'altra in una disposizione congeniale perfino allo stomaco mi devo fermare come fosse già troppo. Quando addirittura ne dico due o tre insieme che schizzano perfezione da tutti i pori l'urgenza è una sola: abolire il pensiero a vantaggio esclusivo di una parca (pause di deconcentrazione sono indispensabili) e profonda contemplazione. Ma le divinità, a dire il vero, non 'schizzano' e dopo qualche ora o poco più quella combinazione sillabica provvisoriamente idolatrata con lenti da sole decade nel più naturale ed inesorabile dei modi.

postato da: SylaZabor alle ore 19:52 | Link | commenti (1)
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