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martedì, 20 febbraio 2007

Caro Amorechenonseitu,

                       da quando sei partito per la Francia ho lasciato le tue medicine nel frigo. La casa senza di te è più spaziosa ma in fin dei conti mi fa compagnia il cane nero, che ho scoperto essere il mio genio ortopedico e senza equivoci.

Il cestino è ancora benedetto dall'ultima volta e ti scrivo la mia altra coscia, quella un po' monda, mentre annuso una saponetta nuova ancora incartata. Fuori è già buio e non avrei nulla da dirti se tu fossi qui ma siccome mi fai scherzi idioti comparendo a sorpresa nel bagno e finisce sempre che ti scambio per un pazzo psicopatico, scusami, ho dovuto farlo.. ti ho lasciato al supermercato. A quelli che al fondo delle casse raccolgono viveri per il Perù, mimetizzato tra una scatola di piselli ed una scatola di piselli. D'altra parte hai sempre saputo che non ho molto spirito..

Dice la bambina:tutto il senso che c'è sta nella marmellata. Io la ascolto e preparo le stoviglie, ma poi mi viene sonno perchè tu non torni e mi dico che ho già dormito abbastanza, e allora scrivo qualche stupidaggine come quella della ragazza che diventa uccello. Era entrata in un discount per cosmetici che da quando l'avevano aperto non c'era mai stata, era andata negli altri due della città: stessa ditta, diversa sede, diverse commesse. Questa volta un rossetto se lo sarebbe comprato, consapevole dell'ardua scelta per la nounce che tanto l'aveva fatta indugiare nei precedenti. Entra e una delle due commesse è la strega di biancaneve, versione 2.0 modello innocence of ice. La conosce, è una strega finta, di quelle che non può guardare negli occhi perchè è stata proprio lei a farla diventare "sdrega", come dicono le nonne del centro-sud. Ricorda benissimo cosa le ha fatto più di dieci anni prima, potrebbe fare un giro di figura tra le file e presto uscire con lo sguardo basso, potrebbe finalmente andare dalla strega e dirle - guarda mi dispiace non ho pensato ho sbagliato - oppure starsene lì ad evitare il suo sguardo finchè non trovasse un colore plausibile impiastricciandosi tutta la mano sinistra con i tester. Se hai bisogno di qualcosa chiedi pure – dice l'altra commessa molto gentilmente – e la ragazza ringrazia come se a questa le avesse ucciso la sorella, pensa che presto la strega spergerà l'onta sul suo viso confidandosi con la collega e non contempla minimamente che la strega di biancaneve sia una donna riservata o che non gliene possa più fregare di meno. Finalmente esce, le hanno anche dato un astuccio in omaggio e non è neppure brutto, lo potrà sostituire a quello in oscena plastica trasparente che le ha donato con tanto affetto il bibliotecario elfo che crede nelle buone vecchie rime per i buoni vecchi sentimenti. Va nel bagno della biblioteca civica, così può provarsi il rossetto davanti allo specchio, non c'è quasi luce, non importa. Entra in sala lettura con il giornale di poesia, lo sfoglia pensando che non ha trovato un titolo per il suo racconto, l'unico più lungo di tre cartelle che abbia mai iniziato e anche finito. Non ha troppa attenzione per il giornale che da tempo la delude ma incappa nei versi di Elisa Biagini e sì: è un sì. Si segna il nome e pensa che la poesia per lei è quella che le fa venire voglia di scriverla. Torna a casa e si mette al computer, non scrive quasi più sulla carta. Si specchia per guardarsi le labbra colorate sotto una diversa luce, ma la luce va e viene, quella naturale, e non c'è un temporale, forse è colpa del rossetto: la sdrega potrebbe averle fatto un maleficio. C'è da dire che biancaneve è morta da un pezzo, per fortuna, ma la strega è stata ingaggiata per nuovi ruoli sempre più o meno uguali. E insomma la ragazza diventa un uccello e non può più cantare, dà un titolo brutto e scontato al suo racconto, lo registra all'anagrafe affibiandogli in automatico un futuro fallimentare e si fa scattare una foto nel giardino che affianca l'ufficio a ricordo di quel suo mortifero debutto in siae.



© Jan Dunning


glossolalia glossolalia

ho pesato la mia bocca:

al kilo senza sangue

faceva tanto di più,

l'ho portata dal santone

ma non sembra più lei,

l'ho portata dal dottore

ma la voleva tagliare,

glossolalia glossolalia

non sono sicura

ma rendemi mia.

postato da: SylaZabor alle ore 22:37 | Link | commenti (1)
categoria:lettere da lĂ  e scomposta
martedì, 20 febbraio 2007

[...] a volte vedo più vermi che parole, altre volte esse hanno una ragione come d'harem o di acquario. Non lo so se è tanto bello ma se mi trasformo in uccello, non posso più cantare. Vedrai.


postato da: SylaZabor alle ore 22:35 | Link | commenti
categoria:lettere da lĂ  e scomposta
martedì, 20 febbraio 2007
Oggi sono brutta come una vecchia che ha aspettato tutta la vita truccata troppo.
Raccolgo le monetine di cioccolata al titanio seguendo un percorso da gallina che becca per l'aia, poi alzo la gobba finta ed il mondo, per il tempo di cinque righe, è carta che fa per stirarsi senza audio dopo averla tenuta in pugno. Lo stupore a vedere chi passa per la strada tradisce una speranza a cui non si addicono nè ira nè gioia, come se qualcuno di importante potesse arrivare, e allora frettolosamente si nascondano tutti i festoni di benvenuto con gli scheletri e i tubini rosa nell'armadio.
Oggi sono al termine della giostra come una bambina che ha sbranato tutte le guance di chi la amava per impiantarvi il senso dell'amore ed il senso del piacere: il primo con un simil mercurio in capillare che lei potesse adocchiare ogni volta che ne sentisse il bisogno, il secondo con un rubinetto che solo lei poteva aprire e dal quale uscivano liquami e linfe sempre nuovi e sempre uguali. A volte posava il bicchire sotto finchè non traboccava, allora si placava, per qualche attimo. Il tempo di capire che quell'arcobaleno all'angolo del soffitto non era un arcobaleno ma solo il riflesso della luce da un cd vergine alla parete.
postato da: SylaZabor alle ore 22:29 | Link | commenti
categoria:lettere da lĂ  e scomposta